Qualche settimana fa, a fine lezione, ho ricevuto un messaggio da una mia cliente. Chiamiamola Giulia.
Poche righe, scritte di getto: mi diceva che le avevo fatto tornare la voglia di truccarsi, che finalmente aveva capito come valorizzare il suo viso senza sentirsi un’altra persona. Solo più sé stessa, diceva. Solo più a suo agio.
Ho riletto quel messaggio diverse volte, e mi sono resa conto che racchiudeva, in poche parole, esattamente quello che provo a fare ogni volta che lavoro con una donna: non trasformarla in qualcun’altra, ma aiutarla a ritrovarsi.
Cosa significa davvero “ritrovarsi”
È una parola che sentiamo spesso, quasi abusata: ritrovarsi nel lavoro, in una relazione, in uno specchio. Ma cosa significa, in concreto, quando si parla del proprio viso, della propria immagine?
Per molte donne che incontro, ritrovarsi vuol dire arrivare a un punto in cui si guardano e pensano: “sì, questa sono io”. Non una versione corretta, non una versione “migliorata” secondo uno standard esterno: semplicemente sé stesse, ma con la sensazione di essersi finalmente viste con chiarezza.
È un momento che non ha nulla di eclatante. Non è un “prima e dopo” da social. È più simile a quello che mi ha scritto Giulia: una frase semplice, quasi sussurrata, che però segna un cambiamento reale nel modo in cui ci si guarda allo specchio ogni mattina.
Il mito della trasformazione

C’è una narrazione che, da anni, domina il mondo della bellezza: quella della trasformazione. Tutorial, filtri, “prima e dopo” costruiti ad arte: tutto sembra dirci che il trucco serva a diventare qualcun’altra. Una versione più giovane, più simmetrica, più simile a un modello che, spesso, non esiste nemmeno nella realtà.
Capisco perché funziona, come narrazione: promette una scorciatoia, un salto immediato verso qualcosa che sembra “meglio”. Ma è anche una promessa che lascia il segno opposto a quello che dichiara di offrire. Più cerchiamo di assomigliare a un’immagine che non è la nostra, più ci sentiamo lontane da noi stesse, e più cresce la sensazione di non essere “abbastanza” così come siamo.
Ho visto questo meccanismo da vicino, in tante donne che si sono sedute davanti al mio specchio convinte di dover “correggere” qualcosa. E ho imparato, con il tempo, che il problema non era mai il loro viso: era lo sguardo con cui erano state abituate a osservarlo.
Valorizzare non è snaturare
Qui arriva il punto che mi sta più a cuore, e che provo a trasmettere in ogni lezione: valorizzare un viso non significa cambiarlo. Significa imparare a vederlo per quello che è, e a metterne in luce la sua natura, non a coprirla.
È esattamente quello che è successo con Giulia. Non abbiamo lavorato per renderla “diversa”: abbiamo lavorato per farle scoprire come usare colori, forme e tecniche che parlassero del suo viso, non di un’idea generica di bellezza. Il risultato non è stata una maschera. È stata lei, semplicemente più a fuoco.
Questo è, in fondo, il senso più profondo di Emotional Makeup: un percorso che parte dal riconoscimento di sé, prima ancora che dalla tecnica. Non “come truccarsi per piacere agli altri”, ma “come imparare a conoscersi abbastanza da sentirsi a casa nel proprio riflesso”.
Non è un dettaglio da poco. È una differenza che cambia tutto: il modo in cui ci si prepara la mattina, il modo in cui ci si guarda allo specchio prima di uscire, il modo in cui, col tempo, si smette di “doversi correggere” e si inizia, semplicemente, a esistere con più libertà nella propria immagine.
Una porta che resta aperta
Non so quale sia, per te, il momento in cui hai sentito il bisogno di ritrovarti. Forse è arrivato con un cambiamento importante, forse con una stanchezza accumulata, forse semplicemente con una mattina in cui ti sei guardata allo specchio e non ti sei riconosciuta del tutto.
Quello che posso dirti è che non sei sola in questo, e che esiste un modo diverso di vivere il rapporto con il proprio viso e con il trucco: un modo che parte dal riconoscersi, non dal correggersi.
Se questo discorso ti somiglia, ti invito a restare in contatto: nella newsletter racconto storie come quella di Giulia, riflessioni e spunti per iniziare a guardarti con occhi diversi.
A presto,
Valentina

